Un non colore, o meglio un colore trasfigurato, un colore chiarissimo, dove i dettagli si annullano, le prospettive diventano profili, e poi alberi spogli, solchi e canali dove leggi soltanto l’affiorare dei bordi. Varini ha sempre amato la pittura. Semeghini e De Pisis, De Rocchi e il chiarismo lombardo devono averlo sempre intrigato così coma la scuola di Guidi e Morandi. Una sovresposizione molta alta in cui i colori si desaturano e in cui rimane solo l’essenziale. Questo partendo dal volersi distaccare, come dice lui stesso, dalle fotografie troppo sature degli anni ’70 di stampo americano. Dopo l’incontro con Ghirri nel 1984, che Varini considera ancora il suo maestro, porta avanti una certa fotografia “lenta”, con uno spazio fatto di intervalli, di vuoti, di tinte sobrie, spingendone all’estremo l’insegnamento.

A volte sembra evocare uno spazio metafisico “magrittiano” ma lui sembra renderlo sfuocato, impalpabile, sfarinandone l’immagine. A Varini interessa rendere una dimensione del tempo, un tempo lungo, fermo, che troppe volte nella fotografia di oggi è stato dimenticato.

Nel chiarore di queste immagini  dei Silenzi troviamo quella non-drammaticità e positività,

tipica anche questa della foto ghirriana.

Per contro Varini propone immagini solo in apparenza immediate del vero, ma in realtà sceglie una strada diversa, contemplativa, le sue foto sono nel segno del piacere della Visione, non propongono alcuna critica al consumo dell’immagine, ai rituali della società.

Immagini costruite attraverso lunghe attese, a lungo studiate, composte, non per stupire ma per essere contemplate, forse per esprimere la propria e l’altrui solitudine.

Immagini che hanno dentro un’idea sottilmente meditata di poesia.

E’ un paesaggio possibile, paesaggio di un sogno, per questo Varini non mette titolo alle sue fotografie, perché vuole , dice, lasciare libera interpretazione al riguardante.

La serie  delle “Stanze” (2012) ha un punto di partenza ancora una volta pittorico: il vuoto teatro di Hopper. Mentre nelle stanze abbacinate di chiaro certa evanescenza induce a perdersi o ad una specie di “sacralità dello spazio”, in altre stanze più scure lo spazio delle immagini evoca la pittura realista e olandese del ‘600. Le “attese” dei personaggi di Varini ricordano  più i dipinti di Rembrandt o di Vermeer che la glacialità di Hopper, dove la luce su donne alla finestra basta appena per far emergere le figure, lasciando nell’ombra il resto dello spazio.

Ma per Varini la fisicità della stanza non ha una grande importanza. A lui, dice, interessa più  il concetto di “soglia”. Cioè una distanza che ti permette di contemplare il silenzio e di cercare magari oltre le pareti. Anche nei notturni infine c’è questa “attesa”, come se dovesse succedere qualcosa da un momento all’altro, e anche qui c’è una soglia. Parlava di “stanze” ma la città è una enorme stanza : vuota.

Ma un altro aspetto è importante. Le fotografie che stampa personalmente su carta cotone si sposano bene – dice – con il suo linguaggio, sobrio e senza riflessi. Varini ha trasformato il colore del consumo in un colore morbido, evocando magari la fotografia degli anni Trenta dei –toni alti-. La strada che Varini individua per la sua fotografia è legata al saper ritrovarne le radici nella pittura. Non è un caso che Varini si comporti come un pittore che colloca i propri modelli, stabilisce come su un set le fonti di luce, distribuisce oggetti che posa sui tavoli.

Riccardo Varini, suggerendo la lunga durata delle immagini e la esigenza di uno sguardo lento, lento certo come i tempi di costruzione delle sue fotografie e di un dipinto, peserà sempre di più nel dibattito sulla fotografia oggi, e sulla idea di un più evidente, possibile ritorno della fotografia alla propria matrice, la pittura, una matrice in fondo dalla quale non si è mai del tutto distaccata.