Qual è il punto di una fotografia? Il punto sopra la fotografia? Penso che tutto nasca dalla dimensione del ricordo. E da questa piccola porta o finestra inizia un cammino di conoscenza, una specie di educazione allo sguardo, anche considerando che educare non è altro che “portare fuori”, in un luogo aperto. Il punto allora è quello che ci trafigge, ci punzecchia, ci turba, che va al di là della semplice rappresentazione. Il più delle volte la fotografia l’abbiamo già dentro ed è il soggetto che ci sceglie. Per me è importante scattare, come appunto, per una fotografia successiva, un racconto, una poesia. Non tanto per immortalare. Il tempo dell’immagine si allunga allora, diventa sublime, catartico, ma non muore. Forse diventa eterno. Mi ritorna in mente Einstein quando diceva che la realtà poi non esiste, è solo una finzione un po’ più permanente. Mi interessa maggiormente che con la fotografia si possa fotografare il presente, ma già proiettato nel futuro. Si tratta di una pausa doverosa, in questo mondo allucinato dalla velocità e anestetizzato da immagini stereotipate, proposte e raramente propositive.

Una pausa che è un momento di contemplazione ma anche di magia, dove ritorna lo stupore degli occhi del bambino. Che uso se ne faccia dopo, di questa immagine forse importa meno, anche se è insita nell’uomo la voglia di essere “ compreso”, di comunicare con il mondo, di “scrivere con la luce”, raccontare, lasciare una traccia.

Nelle mie fotografie si vede chiaramente una componente di solitudine e una ricerca di pace. La mia fotografia nasce da una mancanza di qualcosa, ma anche da un desiderio di spaziare nel tempo, di comunicare visceralmente con una natura e forse per questo non vi trovate spesso figure umane se non piccole e relegate in un angolo. In una società dove lo spettacolo blocca ogni possibilità di riflettere, la fotografia scrive, scrive più veloce della penna, per parlarci di dentro-fuori, di pieno-vuoto. In questo caos il suo fascino può essere nella possibilità di un incontro con il reale, dove il vedere diventa appunto visione e attesa.

Vedere per me vuol dire guardare con il peso del nostro bagaglio di memoria senza che questo peso appaia evidente, una sintesi dolce fra riflessione ed emozione pensando anche agli altri, al mondo. Definire veramente la visione comporterebbe però un’altra visione. Si tratta di stare sulla soglia nella maniera giusta.