Si ritiene “ un degno discepolo di Ghirri “, ma poi aggiunge che non è giusto che faccia   quello che ha fatto lui.

Poi insiste nell’affermare con decisione di essere contro la foto stucchevole e contro  quella che vuole imporsi per eccentricità, stravaganza, per i colori forti .

Nella scelta del soggetto e sull’insistenza su determinati luoghi piuttosto che altri, Riccardo Varini cerca e ottie una diversa definizione del suo campo di investigazione visiva rispetto a quella del Maestro , pur nelle inevitabili analogie derivanti da quel  “pensare per immagini “ , metodo che Ghirri aveva introdotto nei primi anni Ottanta.

Come con molta incisività ha enunciato Gianni Celati in un suo saggio   ( Discorso di Fontanellato ) “ fotografare voleva dire per lui essere sorpreso da qualsiasi cosa … trovare quell’emozione che ti fa immaginare l’immensità dello spazio anche nelle cose più quotidiane. In questo senso, l’idea di una visione naturale che aveva, è l’idea di uno stato d’incantamento che noi chiamiamo poesia “.

Questo il senso dell’insegnamento trasmesso da Ghirri .

Varini sposta la sua attenzione dai semplici oggetti incontrati casualmente  a nebbie cittadine ed alla spazialità di marine solitarie o del Grande Fiume, ove il ponte che lo sovrasta, spezzando lo sguardo, imprime un ansia di infinito.

Il ponte, nella delimitazione del paesaggio, ha la funzione della siepe leopardiana “che il guardo esclude” e accende nell’immaginazione la visione di uno spazio immenso.

Varini , proprio per questa predisposizione ad una visione paesaggistica essenziale nei suoi contorni, in cui il “pittoricismo” è completamente assente, così come ogni sdilinquimento romantico o compiacimento naturalistico, trova anche in un pittore,  Gino Gandini, un altro importante punto di riferimento.

Un pittore formatosi alla scuola di Guidi e Morandi che, dopo aver dato esempi molto alti nella figurazione della corrente pittorica del Novecento, fra le due guerre, seguì un suo personale percorso alla ricerca di paesaggio essenziale mai surrealista però o di moda .

“I quadri di Gandini – dice – mi sono rimasti tanto impressi.

Le colline innevate, le marine povere, certe visioni padane sono rese da Gandini con poche linee, definendo le forme con delicate diversità tonali.

Sono valori ai quali ho cercato di attenermi, coniugandoli con quelli, non contrastanti,  di  Luigi Ghirri “.

L’indirizzo artistico di Varini non si è formato soltanto nell’ambito dei canoni estetici

della cultura figurativa del nostro tempo, ma anche riuscendo a stabilire un diretto contatto con la natura.                                “Se sono riuscito a rappresentare con forte enfasi il paesaggio anche “ povero “ – dice – devo ringraziare mio padre, che mi ha insegnato a stare in mezzo alla natura, la più bella cosa che mi ha regalato oltre l’amore per le cose semplici.

Non vedevo l’ora che arrivasse il sabato per andare con lui a Po a pescare e sentire  il cuculo fino a sera.

Invece di recarmi in discoteca mi piaceva inoltrarmi nei boschi, sedermi alla fine al tavolo di una osteria poco nota.                                                 

Partendo da questo amore  cominciai a dipingere qualche quadro ma dopo le prime pennellate la luce era già cambiata.

Allora sono passato alla fotografia che mi ha anche indirizzato verso una maggiore ricerca compositiva e ti sprona a migliorare la capacità di sintesi dell’opera.

Penso di aver superato il realismo fine a se stesso non per mera sperimentazione.

Non ho inteso, come fanno taluni, improvvisare uno stile.

Il percorso nell’arte è lento e difficile, non ammette scorciatoie né facili dilettantismi “

Amore per il paesaggio non significa per Varini coltivare il mito ottocentesco della fedeltà al dato naturalistico, così come il suo apprezzamento per il pittore Gandini non vuol dire che non creda fermamente nell’autonomia della  fotografia come espressione artistica, del resto già rivendicata, sin dal 1910, da A.Giulio Braglia non a caso sull’onda dell’avanguardia futurista. Autonomia estetica che, a differenza di moti altri paesi, non è sempre riconosciuta.                                                                                            La fotografia per molti ha la collocazione più acconcia in un album chiuso in un cassetto, da sfogliare in occasione di qualche anniversario.

Il valore artistico di una fotografia è riconoscibile se essa, appesa ad una parete, regge all’esposizione, riesce a catturare l’attenzione, esprime significati non banali.

Questa potenzialità non manca alla fotografia di Riccardo Varini, fotografia che sostiene lo sguardo del riguardante comunicando quelle emozioni che solo l’arte sa esprimere.

Alfredo  Gianolio                                                        

Aprile 2004