Di solito non scrivo indicazioni per leggere le mie fotografie. Lascio sempre che chi guarda possa immaginare quello che vuole, senza specificare luogo e data. A volte camminando e guardando si incontrano quelli che oggi in negativo, vengono chiamati luoghi comuni. Io in questi luoghi ho voluto fare un piccolo viaggio, a ritroso, nelle mie radici, non tanto per nostalgia, ma per rappresentare con alcune fotografie le origini della mia poetica, che poi si è evoluta con più sintesi e più pittorialismo, rispetto alla scuola del mio grande maestro, Luigi Ghirri.

Alcune di queste foto rammentano vere e proprie cartoline, ma penso che alcune visioni del passato siano rappresentative dei luoghi che più mi hanno cresciuto e che rimangono alla base di un discorso poetico sulle piccole cose, che cerco di costruire da tempo. Infatti più di un “come eravamo”, queste cartoline dicono i luoghi dove ho appreso, grazie a mio padre Luigi, l’amore per la sobrietà, la natura, il seguire le stagioni.

Si parte allora con un colpo di vento che smuove un salice (che non piange più), un temporale che smuove e una serie di immagini con dentro molto verde, quello della campagna. In genere non ci sono grandi eventi da registrare, o cose strane e insolite. Già la vita quotidiana è qualcosa di meraviglioso. Ovviamente cerco di non cadere nello sdolcinato, nella troppa tristezza e così ci metto un briciolo d’ironia, anche se a volte è quasi un sussurro. Ci sono anche gite lungo i canali, grandi campi dove poter liberare un pallone di cuoio, fino ad arrivare a una zona più lontana, quella dei lidi adriatici, dove dietro la curva il camioncino rosso troverà di certo un cocomeraio. Oppure il mare.

Poi c’è anche l’Appennino, dove ho vissuto parecchio da ragazzo, visto con le sue colline dolci e verdi, con il grande monte Cusna, in un angolo. Molto lontano. E ancora il bagliore dal finestrino di un treno che corre nella pianura padana, dietro l’angolo l’inverno. Che sia subito inverno.

Con la sua neve che rallenta tutti i ritmi e smorza i suoni. Nel suo fondo bianco, rari, i segni dell’uomo. La casa del casellante ferroviario diventa un piccolo particolare di un paese di periferia, dove da ragazzi andavamo a giocare. Poi, quasi d’incanto, le lunghe stagioni balneari in mezzo alla bolgia di gente e un mare quasi piatto. Volenti o nolenti ci si sentiva però sempre poco lontani da casa, in un mare sicuro, dai confini ancora possibili. In quelle casette colorate, le bandiere rosse, i personaggi felliniani e le geometrie marine quasi paranoiche, un bambino come me poteva già sognare di ritornare. In Italia.