Se è vero che su questo foglio si possono scrivere i pensieri e le sensazioni, allora scendi neve, scendi! Scendi ancora più di quel tempo, quando rimanevo sepolto e mi rotolavo e ti mangiavo, pulita. Scendi a fermare tutta questa corsa delle macchine inutili, con tutti questi omini che formicolano e non ci stanno più dietro. Scendi anche fuori dal tuo tempo, anche se non è Natale, a coprire chi ha freddo e a scaldare ancora. Scendi piano e con calma a mettere tutti d’accordo come un giudizio universale, fino a che si sentirà qualche voce sincera. C’è bisogno di aria pulita. Scendi a stendere un velo pietoso sulla tua terra grigia, che si veda bene quello che è nero, che ricominciamo da capo.

Riccardo Varini

I. Alle radici della fotografia variniana

Sono ormai passati dieci anni da quando Arturo Carlo Quintavalle, detentore della cattedra di Storia dell’Arte all’Università di Parma, invitò il fotografo reggiano Riccardo Varini a donare alla collezione del Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma alcune decine delle sue fotografie, le quali, oltre a costituire un importante tassello identitario del panorama artistico attuale, sono la diretta testimonianza di un lavoro di prosecuzione e successivo sviluppo (comprensivo infine di un’autonoma conquista poetica) del pionieristico operato di un altro grande della fotografia emiliana contemporanea, lo scandianese Luigi Ghirri.

Oggi, a otto anni dalla prima partecipazione di Varini al festival di Fotografia Europea, evento che ha portato definitivamente l’artista all’attenzione di un pubblico sempre più internazionale, Reggio Emilia ospita presso gli spazi degli antichi Chiostri di San Domenico un’antologica, che ripercorre con cura e grande completezza l’attività di questo formidabile e vitale artista, capace di usare la macchina fotografica come un pennello e di fare di ogni scatto una sintesi poetica unica dei paesaggi ritratti. L’evento in questione ha consentito di arricchire il presente scritto dell’esperienza d’incontro e di dialogo con lo stesso Varini, uomo vivace e artista immensamente disponibile e propenso al confronto.

Attualmente lo si trova spesso all’inizio del percorso espositivo a scherzare con i visitatori che chiedono incerti il prezzo del biglietto: La mostra è gratis – risponde allegro – si paga all’uscita!, strizza l’occhio. Le fotografie sono in vendita, ma al visitatore attento non sfugge l’ammiccata e al termine della visita si rende conto che le ore sono volate, e che “il prezzo” della mostra si conta in termini di tempo, più che di denaro. Sono i minuti che scorrono silenziosi durante la contemplazione degli scatti il tributo da versare per il godimento autentico di questi quadri fotografici e la calma, il silenzio, la predisposizione all’ascolto visivo sono forse i tratti che più di tutti testimoniano il legame, l’appartenenza di Varini alla sua terra, questa Reggio Emilia padana della cui periferia, dai margini del Crostolo alle pendici delle colline, il nostro autore si è nutrito, imbevuto, esplorandone sin dall’infanzia la natura, avventurandosi in compagnia del padre al di fuori del perimetro reggiano, verso le province adiacenti e andando sovente con lui a Po, come racconta nel ritratto-intervista proiettato in mostra.

E’ proprio il carattere di questi luoghi, in cui il silenzio naturale si mischia al rumore delle macchine sulle strade in lontananza, in cui la nebbia rande tutto più opaco e incerto e l’umidità appiccica i pensieri in testa in ogni stagione, che il carattere malinconico e la consapevolezza dell’umana solitudine si fanno più intensi:

Nelle mie fotografie si vede chiaramente una componente di solitudine e una ricerca di pace. La mia fotografia nasce da una mancanza di qualcosa, ma anche da un desiderio di spaziare nel tempo, di comunicare visceralmente con una natura e forse per questo non vi trovate spesso figure umane se non piccole e relegate in un angolo. Nella società moderna dello spettacolo, dove la possibilità di riflettere è sempre più rara, la fotografia scrive, scrive con la luce (…), ma insieme offre rallentamento dei tempi, tempi di pausa. Pause per riflettere, sugli spazi, i vuoti, i pieni. Anche sui sentimenti, con i nostri ricordi sempre dietro, ma con l’attesa di qualche cosa.

Il tempo fermo, il senso di solitudine, la predisposizione all’ascolto del silenzio, la concezione di paesaggio interiore: ciascuna di queste attitudini che accompagna la fase esecutiva del lavoro di Varini non potrebbe essere più “padana”, attitudini tutte presenti nelle parole e nei versi dei tanti scrittori e poeti originari di questa terra. Scrive Giulia Niccolai:

I paesaggi più veri, più reali per ognuno di noi sono quelli interiori. Sono il ricordo di certi paesaggi della nostra infanzia. Concomitanze magiche di tempo, spazio, odori, suoni, rumori che sono riusciti a farci sentire per un attimo inesplicabile in stato di grazia, ridandoci quell’armonia, quella meraviglia di quando, ancora bambini, eravamo persino incapaci di esprimerci.

Per me la fotografia ha una funzione terapeutica. Mi ha aiutato in passato a superare il senso di solitudine, quando ho perso i miei genitori, permettendomi di scavalcare la nostalgia, dichiara Varini. E’ evidente che quello che l’artista vuole suscitare nello spettatore attraverso l’osservazione dei suoi scatti è uno stato d’animo di predisposizione all’ascolto interiore e di apertura ricettiva ai segnali dell’immagine. Questo stato può indurre pensieri maturati precedentemente al contatto con l’opera, simili dunque a ricordi che riaffiorano stimolati dalla visione, o successivi e dunque nuovi, non importa.

Ciò che conta è che la fotografia crei quell’istante di sospensione necessario affinchè tali pensieri sorgano, rispondendo alla sollecitazione visiva. A questo punto è possibile osservare che di tutte le interpretazioni date da Quintavalle, lo storico d’arte che ha probabilmente più di tutti supportato Varini a livello critico, quella riportata di seguito resta la più discutibile:

Non credo che a Varini piacerebbe una divagazione retorica sulle campagne, sulle nebbie, sulla mitologia della “bassa”, perchè quello che lui cerca è un equilibrio di racconto che con il reale non ha nulla a che vedere; semmai il suo è il sogno di una campagna, di un paesaggio, ma tanto mitico da non aver rapporto con la realtà.

Da quanto infatti abbiamo già osservato, risulta piuttosto evidente quanto la realtà ambientale e culturale in cui Varini è cresciuto abbia inciso profondamente sui risultati e sugli intenti più maturi della sua ricerca, una ricerca cominciata, come Varini stesso racconta, per accidente, dopo aver lasciato per errore una pellicola in sovraesposizione, ottenendo come risultato un’immagine quasi interamente bianca, eccezion fatta per una piccola figura in piedi su un molo, a destra, di spalle, con la testa rivolta al margine esterno del quadro. E’ stato questo accidente a portare Varini sulla strada di un certo “assoluto poetico” scaturito dalle sue immagini, fotografie in cui luogo e oggetto sono meno importanti della poesia, certo, ma dove la poesia stessa si nutre di stati emotivi radicati nel territorio, stati che accomunano ad oggi molti artisti del luogo e che certamente non esisterebbero senza un contatto vivo, vissuto, con i luoghi ritratti: Un ritratto per me è sempre ambientato, dice nella video-intervista proiettata in mostra.

Dunque, anche se la data, l’ora e il luogo non risultano fondamentali alla fruizione dell’immagine variniana, resta però evidente l’impronta emiliana e profondamente padana del suo operato. Un operato che affonda le sue radici, prima ancora che nella fotografia, nella pittura: quella del paesaggista reggiano Gino Gandini in primis, nonché, come ha osservato più volte Quintavalle, nel chiarismo lombardo degli anni Trenta, il quale tuttavia non esaurice i numerosi riferimenti culturali e iconografici dei fotografo. Nella mostra antologica oggi ai chiostri di San Domenico sono così ben distinte diverse sezioni, che mostrano le diverse fasi e i diversi richiami dell’artista. Nella sala che precede la video-intervista, ad esempio, troviamo alcune “Stanze”, porzioni di interni invase da tagli di luce netti, e certe “Pause”, ritratti di uomini e donne ripresi in un istante di isolamento e distacco, di solitaria meditazione. Questi lavori riportano in parte alla memoria i quadri del pittore americano Edward Hopper, in parte interni fiamminghi seicenteschi, suggestioni di Vermeer e perfino di Caravaggio. Tuttavia un filo conduttore rimane e lega questi lavori ai più essenziali paesaggi innevati o alle pianure nebbiose. Questo fil rouge è rappresentato appunto dallo stato d’animo di sospensione e contemplazione, in parte ottenuto grazie alla particolare tecnica di stampa fotografica su carta cotone, la quale permette al fotografo di ottenere un effetto pastellato, acquerellato. Tale effetto si presta allo sfocamento dei contorni e all’opacità dell’immagine, che in questo modo risulta più distante e sognata. Riporta Quintavalle la testimonianza dell’autore:

Dopo un altro po’ di tempo capii che la carta cotone, che stampo solo personalmente, era quel tessuto che si sposava bene con il mio linguaggio opaco e senza riflessi e gli donava ulteriore morbidezza. Stampo personalmente io poiché nei chiari così delicati una leggera dominante si vede subito. Anche negli scuri preferisco sempre una luce morbida.

Quello che mi interessa – dice – è l’essenziale. A disgusatere Varini sono gli orpelli inutili, immortalati sulla pellicola al solo fine di stupire l’osservatore. La ricchezza si trova soprattutto nelle cose semplici, nelle piccole cose: è da lì che parte la ricerca di Varini per i suoi paesaggi fotografici, dalle piccole grandi cose della realtà quotidiana. In Luoghi Comuni, raro caso di pubblicazione in cui ritroviamo, oltre alle fotografie, qualche breve scritto a commento di mano di Varini, leggiamo:

Alcune di queste foto rammentano vere e proprie cartoline, ma penso che alcune visioni del passato siano rappresentative dei luoghi che più mi hanno cresciuto e che rimangono alla base di un discorso poetico sulle piccole cose, che cerco di costruire da tempo. Infatti più di un “come eravamo”, queste cartoline dicono i luoghi dove ho appreso, grazie a mio padre Luigi, l’amore per la sobrietà, la natura, il seguire le stagioni. Si parte allora (…). In genere non ci sono grandi eventi da registrare, o cose strane e insolite. Già la vita quotidiana è qualcosa di meraviglioso. Ovviamente cerco di non cadere nello sdolcinato (…). Ci sono anche gite lungo i canali, grandi campi dove poter liberare un pallone di cuoio, fino ad arrivare a una zona più lontana, quella dei lidi adriatici, dove dietro la curva il camioncino rosso troverà di certo un cocomeraio. Oppure il mare. (…) E ancora il bagliore dal finestrino di un treno che corre nella pianura padana, dietro l’angolo l’inverno.

Sovviene alla memoria, a questo punto, la celebre frase di Saint Exupery: “L’essenziale è invisibile agli occhi”. Significa che è necessario rinunciare alla visione? Certo che no. Significa sfruttare la magia della visione per catturare solo ciò che è capace di restituirci qualcosa di invisibile, invisibile ma potente, un senso di pienezza nel vuoto. I suoi vuoti sono molto pieni – osservo mentre Varini è al mio fianco -. Ho come la sensazione di riempirli con il riflesso delle mie emozioni. Il fotografo mi risponde sorridendo: E’ vero. I miei bianchi sono caldi, in effetti. Per me la piacevolezza della contemplazione non deve mai mancare. Sono più pittorico di Ghirri, a cui non posso nemmeno paragonarmi, forse. Lui è stato più concettuale, ma ha rivoluzionato la maniera di fare fotografia. 

La sensazione durante il dialogo con questo artista è che non risponda mai in maniera diretta alle osservazioni sulle sue opere. Ciò che ciascuno crede o sente a cospetto del suo lavoro a lui va bene, l’importante è lasciarsi il tempo di pensare:

Di solito non scrivo indicazioni per leggere le mie fotografie. Lascio sempre che chi guarda possa immaginare quello che vuole, senza specificare luogo e data.

Dopo avere ripetuto questo concetto anche durante l’occasione del nostro incontro, il discorso ricade su Ghirri. A Ghirri infatti Varini sente di dovere molto, sin dal loro primo incontro, avvenuto nei primi anni Ottanta. Il fotografo scandianese è riuscito secondo Varini più di tutti ad arricchire la fotografia di segno e concetto, senza perdere con questo un carattere di vivacità e piacevolezza visiva. Tuttavia – dice – ad un certo punto ho sentito il bisogno di creare un mio personale discorso, più autonomo rispetto a quello del mio maestro, più poetico e pittorico, forse, che concettuale. Se la fotografia di Ghirri è un frammento di racconto, è un termine “in prosa” per così dire, la fotografia di Varini è una “parola poetica”, che può stare anche da sé, non necessita di scatti successivi per essere compresa.

II. Pianure

“Pianure” è una serie di fotografie scattate da Varini nel corso di più anni, grossomodo dal 1988 al 2014, che ritraggono i luoghi della “bassa”, come si suole chiamare la zona paesaggistica che dalle colline porta al Po. Questa serie fotografica necessita in particolare di pochi discorsi e lunghi tempi d’osservazione. E’ forse tra le diverse serie quella più introspettiva e quieta, quella dove i colori sono tenui o neutri, quella <<più giapponese>> scherza Varini. E in effetti questi tronchi d’albero, queste linee compositive verticali e curve, sempre morbide, paiono suggestioni di pittogrammi, conosciuti, i “pittogrammi della bassa”. Scrive Quintavalle:

C’è una foto con un cancello socchiuso che apre verso uno spazio nascosto da un baluginare biancastro: è questa forse l’idea che vuole suggerirci l’autore, la scoperta di un paesaggio altro, diverso, come quello di una serie di fotografie del 2006 scattate sugli argini del Po, (…) foto dove il colore che altri ha proposto netto, carico (…), diventa, con Varini, un luogo misterioso (…).

La nebbia e la neve, unite al pesaggio della pianura padana, creano un luogo magico ed incognito, che è possibile ritrarre, lasciando libero gioco al potere della mente, che proietta in quei vuoti apparenti immagini e aspettative interiori. Il momento dell’attesa, lo stare sulla soglia, sono altre due chiavi di lettura fondamentali delle immagini variniane. Scrive Varini:

La neve mi offre come la nebbia già una tela bianca, uno sfondo dove rimangono solo le cose essenziali.

Ci sono in particolare altre due fotografie appartenenti alla serie di pianure, intitolate rispettivamente Spiriti del Po e Fantasmi del Po, scattate nel 1998. In entrambi i casi il fiume non è presente, ma non importa. Non importa perchè se ne intuisce la presenza, non troppo lontano, laddove questi tronchi d’albero spogli finiscono e dove la zona boschiva lascierà spazio agli argini. La neve e la nebbia ovattano tutto e, anche se l’inverno è evidente, questa nebbia riscalda l’anima con la sua riconoscibile vischiosità.

Per Varini resta importante il l’appiglio all’immagine, sia anche un piccolo frammento all’angolo estremo del foglio. Quel frammento di figura è per Varini una specie di àncora, grazie a cui l’osservatore può sentirsi al sicuro, perchè sa di potersi aggrappare a qualcosa, abbandonandosi poi al piacere del ricordo scaturito per associazione, o al riconoscimento di uno stato d’animo vissuto, ed ora rivissuto, ma senza nostalgia. L’essenziale non è nostalgico. L’essenziale è comune a tutti, è riconoscibile da tutti ed è abita sempre il presente.

Margherita Casini

 

Bibliografia

Bigi Iotti, Alessandra – Zavatta, Giulio (a cura di), Riccardo Varini. Da mare a mare, Rimini, NFC, 2012.

Gianolio, Alfredo – Franzoni, Cristina, Raiccardo Varini. Radici, Guastalla, Omnia Edizioni, 2004.

Papotti, Davide, Geografie della Scrittura. Paesaggi letterari del medio Po, Pavia, La Goliardica Pavese s.r.l., 1996.

Quintavalle, Arturo Carlo (a cura di), Riccardo Varini. Silenzi 1978-2008, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008.

Quintavalle, Arturo Carlo (a cura di), Riccardo Varini, Milano, Skira, 2014. Tedeschi, Pierluigi – Varini, Riccardo, Luoghi comuni. Geografie poetiche da qui al mare, Padova, Abao Aqu, 2012.