Presentazione dell’autore.

Questo è un lavoro di trent’anni che considero il più rappresentativo di me stesso. Iniziato nel 1978, sono per la maggior parte fotografie analogiche o diapositive oggi riversate su cd per motivi di archivio e ritoccate pochissimo con Photoshop solo per motivi di pulizia dell’immagine. Sono volutamente sovraesposte già in fase di ripresa, effetto che caratterizza ormai il mio “stile”o linguaggio dai toni non certo prepotenti. Da una parte mi trovai vicino al linguaggio di Luigi Ghirri (che conobbi nel 1984) e dall’altra a quello del pittore conterraneo Gino Gandini della scuola di Morandi, per  le sue tinte chiare ed essenziali. Da allora ho intrapreso una strada mia personale, più sfumata e pittorica dove il soggetto, il paesaggio, non era tanto importante come luogo (questo ancora in linea con Ghirri), ma in quanto geografia dell’animo umano. Non ho mai proceduto per temi specifici (il tema delle biciclette, dei tetti ecc…). Il mio scopo era fare con delle immagini della poesia, perché come scrittore ero dispersivo e senza padronanza di un linguaggio preciso.

La fotografia ti obbliga ad essere più sintetico ed equilibrato.

In questo senso continuo il mio “lavoro” al di là dei contesti e sono a proporvi i miei Silenzi, pensando che sia attinente con la proposta della manifestazione del 2009, proprio per questo fattore principale: la poesia. Vedo oggi molti voli pindarici dall’astrattismo più improvvisato all’iperrealismo più freddo e formale. Poca poesia, anche in fotografi molto bravi. Reportage a parte.

Riguardando queste mie immagini, ormai anche datate, forse con un po’ di presunzione, ho pensato che potevano ricondurre all’Eternità non per un fattore estetico formale o per la loro sacralità, ma perché scavalcano il tempo e la mera descrizione del soggetto-oggetto rappresentato a favore di un messaggio poetico che, con un chiarismo a volte esasperato, invitano alla meditazione, alla riflessione pacata, a volte un po’ crepuscolare e malinconica, ma che viene superata da un coinvolgimento leggermente più ironico che credo si intraveda in certe simmetrie. È un ricondurre non tanto alla memoria di una specifica giornata o luogo, ma ad un particolare stato d’animo. Nelle mie immagini non vi sono didascalie o date. Lascio che l’osservatore vi trovi quello che vuole, magari forse vicino a me.

Qualcuno mi ha etichettato “minimalista”. Io parlerei più semplicemente di sobrietà, igiene dell’immagine. Uso spesso spazi chiari o di neve perché mi fanno da comodo sfondo, senza orpelli inutili. È un po’ come quando si stringe gli occhi e rimangono solo sagome o l’essenziale. È quell’impressione che mi interessa. L’occhio vede solo dopo i particolari. Se a volte si rasenta il minimalismo non è stato mio intendimento, né ricerca squisitamente formale, piuttosto sempre ricerca tesa, in un momento evocativo, ad una poesia di luce soffusa dalla carta cotone  che è quella forse che rimane “Eterna”.

 

Riccardo Varini, Febbraio 2009