Ho pensato spesso alle mie immagini come a dei silenzi che raccontano. Racconti minimi che hanno un filo conduttore abbastanza chiaro: creare poesia con ampi spazi ma molto vicini, alla mia terra, alla mia cultura e alla natura. Penso che la mia strada sia sfumata, quasi pittorica, dove il soggetto e il paesaggio non erano e non sono importanti come luogo, ma come possibili geografie dell’anima.

Per questo non ho mai proceduto per temi specifici, per cicli. Il mio scopo era fare poesia con le immagini. Quando scrivo ero e sono dispersivo e come pittore non ho mai avuto una mano precisa. La fotografia ti obbliga invece a essere più equilibrato e sintetico. Le mie foto non si riallacciano tanto a un particolare giorno o luogo della nostra memoria, piuttosto a uno stato d’animo. Mi piace l’idea di una certa pulizia, una specie di igiene dell’immagine, senza elementi inutili.

È un po’ come quando si stringono gli occhi e rimane solo l’essenziale. È questa impressione che mi interessa: un quadro dalla luce soffusa, resa dolce. Non amo stupire con effetti speciali, composizioni macchinose. Vorrei piuttosto stimolare sensazioni, far pensare. Non aspiro a essere celebrato. Voglio solo lasciare sulla carta, ma forse anche nell’aria, una traccia, in un tempo dove le immagini si consumano in fretta o sono divorate.