Mi sono sempre piaciute le fotografie “essenziali”, senza orpelli, e quelle di narrazione, dove dietro ad uno scatto ti si apre un mondo.

Per questo motivo, quando ho visto le fotografie di Riccardo Varini mi ci sono ritrovata, perché Varini nelle sue fotografie riesce ad unire i due aspetti.

Nelle sue immagini non c’è nulla di più di quello che dovrebbe esserci; è il colpo  di luce che illumina e svela ambienti e gesti prima diversi.

C’è l’essenziale della narrazione, la scena. E la scena di Varini è sempre di grande atmosfera, è una scena antica, evocativa, di aspetto morbido e vellutato come quella di un dipinto.

Le sue “stanze”, anche quelle vuote, sono abitate; le persone non si vedono ma se ne avverte la presenza. 

Il tempo narrativo, il racconto, quello che è accaduto o che accadrà si svolge prima e dopo lo scatto, nell’immaginazione dello spettatore.

Chi ha appena salito o disceso le scale ? Chi ha dormito sul cuscino quella notte? Quanto ha perso il giocatore?

Per ogni “stanza” una storia.

Ogni spettatore è libero di inventarsi la sua.