LA FOTOGRAFIA

Riccardo Varini inizia a fotografare come autodidatta nel 1979. Dal padre Luigi – persona sensibile e gentile – eredita lo slancio affettivo per la natura e le cose del quotidiano, ma sarà dall’incontro con il Maestro della fotografia “di concetto”, Luigi Ghirri, che le sue passioni inizieranno a trasformarsi in un serio impegno espressivo.

Dal 1984 comincia a dedicarsi allo studio della foto d’autore approfondendone le capacità espressive.

Nella ricerca di un proprio linguaggio Varini si ispirerà anche alla pittura. In particolare farà suo l’utilizzo dei colori rarefatti e del gioco fra natura e animo umano, fra l’immagine dei grandi spazi chiari e quella dei piccoli segni, tipico dei chiaristi.

La pittura rappresenta il punto di svolta che sancisce il suo distacco dalle fotografie troppo sature di stampo americano, degli anni ’70, orientandolo esteticamente verso una fotografia sobria, priva di dimensione temporale.

Il linguaggio di Varini, rarefatto e poetico, che gioca fra natura e animo umano verrà alla luce con “Silenzi”, il suo lavoro più significativo, nato all’insegna di queste contaminazioni e dove predominano i grandi spazi chiari e i piccoli segni. Le foto di “Silenzi” sono sobrie, prive della dimensione del tempo. Sono fotografie fatte per meditare.

Varini non identifica la sua attività nella professione convenzionalmente intesa di ‘fotografo’: l’oggetto principale del suo interesse infatti consiste soprattutto nella dimensione poetica e nella descrizione di atmosfere fatte di piccole percezioni, con tutte le imperfezioni e gli errori del sentire umano.

Di Ghirri considera soprattutto una certa fotografia lenta che, nell’estetica di Varini, diventa fotografia di vuoti e di pieni. Crea il suo lavoro con immagini ricche del silenzio che serve per meditare: scene avvolte in una dimensione di tempo lungo e immobile e dalle quali scaturisce la sua riflessione su un mondo veloce, asettico e ridondante. In tal modo porta all’estremo l’insegnamento di Ghirri. A volte poi sembra evocare uno spazio metafisico magrittiano, che, sfarinando nell’immagine, diventa ancora più sfuocato e impalpabile.

Solo apparentemente le foto di Varini rappresentano il vero: in realtà esse vivono nel segno del piacere della visione. Sono immagini costruite attraverso lunghe attese, visioni studiate a lungo e composte non tanto per stupire ma per essere semplicemente contemplate. Forse per esprimere la propria e l’altrui solitudine. Sono immagini che hanno dentro un’idea sottilmente meditata di poesia, immagini più poetiche che meditate. Per questo Varini non mette titoli alle sue fotografie: vuole in tal modo lasciare chi le ammira libero di appropriarsi del proprio significato personale.

Nel lavoro che riguarda la serie delle “Stanze” Varini riparte dal linguaggio pittorico, e, in particolare, dal vuoto teatro di Edward Hopper. Mentre nelle stanze abbacinate di chiaro l’evanescenza che si percepisce induce a perdersi in una specie di sacralità dello spazio, nelle altre stanze – più scure – lo spazio dell’immagine evoca la pittura del 600 olandese. Così le “attese” dei personaggi di Varini ricordano più i dipinti di Rembrandt o di Vermeer che la glacialità di Hopper. Ma per Varini la fisicità della stanza non ha in sé una particolare importanza: a lui interessa soprattutto il concetto di “soglia”, cioè quella distanza che permette di contemplare il silenzio e di immaginare oltre alle pareti.

Anche nei notturni c’è questa “attesa”, come se ogni volta dovesse succedere qualcosa da un momento all’altro. Si racconta di “Stanze”, ma la città stessa è un enorme stanza. Vuota.
Le fotografie sono tutte stampate personalmente da Varini su carta cotone e il supporto che utilizza risulta essere il più efficace nel rendere il suo linguaggio sobrio e senza riflessi. Varini ha trasformato il colore del consumo in un colore morbido, che sembra evocare la fotografia degli anni ’30 dei “Toni alti”.

Poiché l’estetica della fotografia di Varini affonda le sue radici nella pittura, non è un caso che, come il pittore, sistemi i propri modelli, stabilisca come su un set le fonti di luce e distribuisca gli oggetti che posa sui tavoli.

“Riccardo Varini, suggerendo la lunga durata delle immagini e l’ esigenza di uno sguardo lento, lento certo come i tempi di costruzione delle sue fotografie e di un dipinto, peserà sempre di più nel dibattito sulla fotografia oggi e sull’ idea di un più evidente, ‘possibile ritorno della fotografia alla propria matrice’, la pittura, una matrice in fondo dalla quale non si è mai del tutto distaccata”

(A. Quintavalle dal libro Riccardo Varini a cura di A. C. Quintavalle)

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